Lewis Hamilton, sul podio per i diritti civili

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Vittoria n.90 al Mugello, 7° titolo mondiale vicinissimo. E' già nella storia della F1 ed è diventato un modello per le sue campagne contro il razzismo. In Toscana è salito sul podio con una t-shirt di denuncia: «Arrestate i poliziotti che hanno ucciso Breonna Taylor». Non è la prima volta. E non sarà l'ultima

Un fuoriclasse, un modello, un uomo impegnato, un campione che infila un record dietro l’altro e che resterà nella storia della Formula 1, forse – la strada è quella – come il più grande di tutti i tempi. Lewis Hamiltom al Mugello ha dato l’ennesima conferma di essere speciale, in pista e fuori. Ha vinto il Gp, ipotecando un altro titolo: sarebbe il 7°, il 4° consecutivo per l’inglese, che dal 2017 ad oggi non fa altro che vincere.

Sono 90 i gran premi conquistati, un numero spaventoso, che lo porta a una sola vittoria dal record di Michael Schumacher (braccato anche per quanto riguarda i Mondiali vinti: sono 7 per il tedesco).

Il re della F1 è tornato padrone assoluto del suo regno dimostrando – anche stavolta – di appartenere ad un’altra galassia, quella degli eletti.

Ma Hamilton non si limita a vincere, il suo obiettivo è quello di lasciare una traccia di sé nella memoria collettiva. E non solo per quanto riesce a fare al volante della Mercedes. Al Mugello l’inglese è salito sul podio indossando una maglietta con un messaggio che ha già fatto il giro del mondo. C’era scritto: «Arrest the cops who killed Breonna Taylor». «Arrestate i poliziotti che hanno ucciso Breonna Taylor».

Breonna Taylor è la giovane afroamericana uccisa a Louisville – nel Kentucky – lo scorso 13 marzo a seguito di una sparatoria da parte di tre agenti del dipartimento di polizia locale, che stavano effettuando una perquisizione nella sua abitazione. Il caso – passato inizialmente sottotraccia – era tornato al centro dell’attenzione dopo la morte di George Floyd in circostanze simili. L’FBI ha aperto un’indagine.

Non è la prima volta che Lewis si schiera a favore dei diritti civili. Anche quando scoppiò il caso Floyd, Hamilton – che su Instagram conta 20 milioni di follower – aveva fatto sentire la sua voce, con un lungo messaggio accompagnato dall’hashtag #BlackoutTuesday. «Ho provato tanta rabbia, tristezza e incredulità dopo ciò che i miei occhi hanno visto. Sono completamente sopraffatto dalla rabbia alla vista di questo disprezzo per la vita del nostro popolo. L’ingiustizia che stiamo vedendo affrontare i nostri fratelli e sorelle in tutto il mondo è ripetutamente disgustosa e deve finire».

Aveva fatto di più, Hamilton. Una volta, prima del via, con la maglietta «Black lives matter», si era inginocchiato come il giocatore di football americano che per primo fece questo gesto, Colin Kaepernick; un’altra – sul podio – aveva festeggiato col pugno chiuso, evocando l’iconico pugno chiuso e guantato di nero di Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968.

Non tutti – nel Circus della F1 – avevano gradito l’esposizione mediatica di Hamilton. La F1 – fin lì rimasta in silenzio – aveva incominciato ad interrogarsi e in tanti – da Leclerc a Sainz, da Giovinazzi e Ricciardo – nelle ultime settimane hanno fatto sentire la propria voce nella lotta al razzismo. E così King Lewis continua nella sua battaglia civile mirata a smuovere le coscienze, a cavallo non di un bolide ma di un’idea di mondo migliore.